Grammatica swahili
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A1 (30)
I pronomi personali indipendenti dello swahili sono mimi, wewe, yeye, sisi, ninyi e wao. Nella frase, però, il soggetto è normalmente già indicato da un prefisso unito al verbo: ninasoma significa «io leggo» o «sto leggendo». Il pronome separato si usa soprattutto per dare enfasi, creare un contrasto o rispondere a domande come «chi?».
In swahili molti nomi di persona usano m- o mw- al singolare e wa- al plurale: mtoto/watoto «bambino/bambini», mwalimu/walimu «insegnante/insegnanti». Il numero si riflette anche sulle parole collegate: mtoto mdogo anacheza «il bambino piccolo gioca» diventa watoto wadogo wanacheza «i bambini piccoli giocano».
La classe 3/4 dello swahili raccoglie molti nomi di alberi, piante, elementi naturali, parti del corpo e alcuni oggetti. Il singolare appartiene alla classe 3 e spesso comincia con m-/mw-; il plurale appartiene alla classe 4 e spesso comincia con mi-: mti/miti «albero/alberi». Anche le parole collegate al nome cambiano: mti huu mkubwa umeanguka, ma miti hii mikubwa imeanguka.
In swahili molti nomi della classe 7 formano il singolare con ki- o ch- e il plurale, nella classe 8, con vi- o vy-: kitabu/vitabu «libro/libri», chumba/vyumba «stanza/stanze». Il prefisso non cambia solo sul nome: anche dimostrativi, aggettivi, possessivi e altri elementi devono concordare, per esempio kitabu hiki kizuri «questo bel libro» e vitabu hivi vizuri «questi bei libri».
Nel ngeli N-, la classe 9 indica normalmente il singolare e la classe 10 il plurale, ma il nome conserva quasi sempre la stessa forma: nyumba può significare sia «casa» sia «case». È l'accordo a mostrare il numero: hii, i-, y- al singolare e hizi, zi-, z- al plurale. Con gli esseri animati, però, si incontrano spesso gli accordi delle classi 1/2: ndege anaimba («l'uccello canta»), ndege wanaimba («gli uccelli cantano»).
In swahili il saluto è spesso un piccolo scambio, non una sola parola: a Habari yako? si risponde normalmente Nzuri, mentre Shikamoo richiede la risposta Marahaba. Per accogliere, ringraziare e chiedere con cortesia si usano soprattutto karibu, asante e tafadhali. Età, numero degli interlocutori e grado di confidenza aiutano a scegliere la formula giusta.
Il presente si forma con prefisso soggetto + -na- + tema verbale: ni-na-soma → ninasoma, «leggo» o «sto leggendo». Il prefisso dice chi compie l'azione, mentre -na- la colloca nel presente. Per le persone, i sei prefissi fondamentali sono ni-, u-, a-, tu-, m-, wa-.
Al presente, per collegare un soggetto a un nome o a una qualità, lo swahili usa ni nella frase affermativa e si in quella negativa: Mimi ni daktari «Sono medico», Mimi si daktari «Non sono medico». Queste due forme non cambiano secondo la persona. Per parlare del passato o del futuro si coniuga invece il verbo kuwa: nilikuwa «ero», nitakuwa «sarò».
In swahili kuna significa «c'è» o «ci sono», mentre hakuna significa «non c'è», «non ci sono» o «non esiste»: Kuna watu hapa vuol dire «Qui ci sono delle persone» e Hakuna maji «Non c'è acqua». Le due forme non cambiano in base al singolare o al plurale del nome che segue.
In swahili due nomi si collegano con una preposizione invariabile equivalente all'italiano di. Tra la cosa posseduta e il possessore si usa invece una forma di -a che concorda con la classe del primo nome: kitabu cha mwalimu «il libro dell'insegnante», nyumba ya Ali «la casa di Ali», watoto wa jirani «i figli del vicino».
In swahili molti aggettivi prendono un prefisso che concorda con la classe nominale del nome: mtu mzuri «una persona buona», watu wazuri «persone buone», kitabu kizuri «un bel libro». Il nome viene prima e l'aggettivo dopo; per scegliere la forma corretta non basta distinguere maschile, femminile, singolare e plurale come in italiano: bisogna conoscere la classe del nome.
Per contare da uno a dieci si usano moja, mbili, tatu, nne, tano, sita, saba, nane, tisa, kumi. Quando accompagnano un nome, 1–5 e 8 concordano normalmente con la sua classe: watu watatu «tre persone», vitabu vitano «cinque libri», nyumba mbili «due case». 6, 7, 9 e 10 restano invece invariabili.
In swahili, la parola interrogativa rimane spesso nel punto in cui si troverebbe l'informazione mancante: Unatoka wapi? significa «Da dove vieni?». Le forme fondamentali sono nani «chi», nini «che cosa», wapi «dove», lini «quando», kwa nini «perché», vipi/jinsi gani «come» e -ngapi «quanti/e». A differenza dell'italiano, di solito non occorre invertire soggetto e verbo né aggiungere un verbo ausiliare per creare la domanda.
Al presente, lo swahili di solito non aggiunge una parola separata equivalente a non: cambia il prefisso che indica il soggetto, elimina -na- e sostituisce la -a finale del verbo con -i. Così ninasoma «leggo, sto leggendo» diventa sisomi «non leggo, non sto leggendo».
In swahili il dimostrativo distingue tre distanze: vicino a chi parla (huyu, “questo”), vicino a chi ascolta o già individuato (huyo, “quello lì”) e lontano da entrambi (yule, “quello laggiù”). La forma cambia inoltre secondo la classe del nome: per esempio si dice mtu huyu, ma kitabu hiki e nyumba hii.
Per descrivere una posizione, lo swahili usa spesso gruppi di parole: ndani ya «dentro», juu ya «su/sopra», chini ya «sotto», mbele ya «davanti a», nyuma ya «dietro» e kati ya «tra». Si dice invece karibu na «vicino a», mentre katika «in» precede direttamente il nome. Nelle frasi con «essere in un luogo» compaiono forme come yuko, iko, kiko e liko, scelte in base al soggetto.
Per parlare della famiglia servono sia i nomi di parentela, come baba «padre», mama «madre» e mtoto «figlio o bambino», sia la concordanza: mtoto wangu «mio figlio», ma watoto wangu «i miei figli». Il possessivo viene normalmente dopo il nome e alcuni nomi cambiano al plurale, mentre altri, come kaka e dada, possono restare invariati.
Per parlare di ciò che mangi e bevi bastano pochi schemi: ninakula «mangio», ninakunywa «bevo», ninapenda «mi piace» e naomba «vorrei, chiedo». In swahili non ci sono articoli come il, lo, la, un, una, ma dimostrativi e aggettivi cambiano forma secondo la classe del nome: maji haya ni baridi significa «quest'acqua è fredda», mentre matunda haya ni matamu significa «questi frutti sono dolci».
In swahili non basta imparare una parola isolata: conviene memorizzarla insieme al plurale e alla sua classe nominale. La classe determina le forme collegate al nome: kichwa changu kinauma significa «mi fa male la testa», mentre con il plurale si dice macho yangu yanauma, «mi fanno male gli occhi». Due parole particolarmente importanti sono mkono, che può indicare sia il braccio sia la mano, e mguu, che può indicare sia la gamba sia il piede.
Per usare molti verbi swahili al presente basta unire prefisso del soggetto + -na- + radice: ni-na-soma diventa ninasoma, «leggo» o «sto leggendo». Tre verbi brevi conservano ku- in questo presente: ninakuja «vengo», ninakula «mangio» e ninakunywa «bevo». Con kwenda «andare» è fondamentale riconoscere ninaenda; si incontra anche ninakwenda.
Per descrivere ciò che fai ogni giorno, usa normalmente prefisso del soggetto + -na- + tema verbale: ni-na-amka diventa ninaamka, «mi sveglio». Verbi come kuamka, kuoga, kupika, kufanya kazi, kurudi, kupumzika e kulala permettono di raccontare un'intera giornata; con gli orari, però, ricorda che il modo swahili di contare le ore parte circa dalle sei del mattino.
Molti nomi di animali, come simba, mbwa e ndege, non cambiano forma tra singolare e plurale. Il numero si capisce dal contesto e soprattutto dall’accordo: mbwa anakula significa «il cane mangia», mentre mbwa wanakula significa «i cani mangiano». Con gli animali si usa normalmente l’accordo animato, simile a quello delle persone.
Per descrivere il tempo, lo swahili usa spesso un nome come soggetto: Mvua inanyesha «Piove», Jua linawaka «Il sole splende», Upepo unavuma «Il vento soffia». Per «fa caldo» e «fa freddo» sono molto utili Kuna joto e Kuna baridi: non si traduce alla lettera il verbo italiano fare.
In swahili il possessivo viene dopo il nome e concorda con la sua classe nominale: kitabu changu «il mio libro», nyumba yangu «la mia casa», watoto wetu «i nostri figli». La parte finale indica il possessore — -angu «mio», -ako «tuo», -ake «suo» — mentre l'inizio cambia in base alla cosa posseduta.
In swahili i giorni si usano spesso senza articolo né preposizione: Ninakuja Ijumaa asubuhi significa «Vengo venerdì mattina». Per chiedere l'ora si dice Saa ngapi?; nel modo tradizionale dell'Africa orientale, però, il conteggio parte idealmente dalle sei, quindi saa moja asubuhi corrisponde alle 7:00 del mattino.
In swahili i colori seguono due modelli. -eupe “bianco”, -eusi “nero, scuro” e -ekundu “rosso” sono radici aggettivali e prendono il prefisso richiesto dalla classe del nome: gari jeupe, “automobile bianca”, ma nguo nyeupe, “vestito bianco”. kijani, buluu e njano, invece, si collegano normalmente al nome mediante una forma concordata di -a: gari la kijani, “automobile verde”.
In swahili non esiste un’unica costruzione equivalente all’italiano «essere + aggettivo». Si dice ni mzima per «sto bene/sono in salute», nina njaa e nina kiu per «ho fame» e «ho sete», nimechoka per «sono stanco» e kichwa kinauma per «fa male la testa». Conviene quindi imparare ogni stato insieme alla struttura che lo accompagna.
Per dire che lavoro fa qualcuno, in swahili si usa normalmente ni seguito dal mestiere, senza un articolo: Yeye ni daktari significa «Lui/Lei è medico/a». Molti nomi di persona formano il plurale con la classe M-/Wa-, per esempio mwalimu → walimu e mpishi → wapishi; anche i nomi che non cambiano così richiedono spesso l'accordo umano a- al singolare e wa- al plurale.
Per un acquisto essenziale bastano tre modelli: Ninataka kununua… («Voglio comprare…»), Bei ya… ni ngapi? («Qual è il prezzo di…?») e Una…? («Ha…?»). La particolarità da ricordare è l’accordo: parole come «questo» e «bello» cambiano secondo la classe nominale (il gruppo grammaticale del nome), perciò si dice shati hili jeupe ma viatu hivi vyeupe.
Per indicare con quale mezzo ci si sposta, in swahili si usa normalmente kwa + mezzo: kwa basi «in autobus», kwa gari «in auto», kwa ndege «in aereo». Per dire che si sale su un mezzo si usa spesso -panda, mentre -endesha significa guidare o condurre: Tunapanda ndege «prendiamo l'aereo», Anaendesha gari «guida un'auto».
A2 (12)
Per raccontare un fatto passato, in swahili si inserisce -li- tra il prefisso del soggetto e il verbo: ni-li-soma → nilisoma, «ho letto/studiato». Nella forma negativa -li- scompare e si usa -ku- dopo il prefisso negativo: si-ku-soma → sikusoma, «non ho letto/studiato». Persona, tempo e spesso anche complemento sono quindi riuniti in una sola parola verbale.
Il perfetto swahili presenta un'azione come già compiuta e ancora importante nel presente. Si forma inserendo -me- tra il prefisso del soggetto e il verbo: ni-me-kula → nimekula, «ho mangiato». La forma negativa usa -ja- con i prefissi negativi: si-ja-la → sijala, «non ho ancora mangiato».
In swahili il futuro si costruisce inserendo -ta- tra il prefisso che indica il soggetto e il verbo: ni-ta-soma → nitasoma, «leggerò/studierò». Nella forma negativa cambiano i prefissi del soggetto, ma -ta- resta: si-ta-soma → sitasoma, «non leggerò/non studierò». La stessa struttura serve per progetti, previsioni, promesse e azioni future.
In swahili il pronome oggetto si inserisce nel verbo, subito prima della radice: ni-na-ku-penda → Ninakupenda, «Ti amo». Le forme personali essenziali sono -ni- «mi», -ku- «ti», -m-/-mw- «lo/la», -tu- «ci» e -wa- «vi/li». I trattini mostrano soltanto la struttura: nella scrittura normale il verbo forma un'unica parola.
In swahili, molti nomi diventano espressioni di luogo aggiungendo -ni: shule «scuola» dà shuleni «a scuola» e nyumba «casa» dà nyumbani «a casa». -ni non corrisponde a una sola preposizione italiana: il verbo e il contesto indicano se si parla di posizione, destinazione o provenienza.
Per unire idee in swahili, usa na per «e», au per «o» e lakini per «ma». Kwa sababu introduce una causa, kwa hiyo una conseguenza, ingawa una concessione («sebbene») e pia aggiunge l'idea di «anche». La regola iniziale più utile è scegliere il connettivo in base al rapporto logico fra le due idee, senza tradurre parola per parola dall'italiano.
In swahili, -enye collega un nome a qualcosa che esso ha o a una qualità che lo caratterizza: nyumba yenye bustani significa «una casa con giardino». -enyewe mette invece in risalto una persona o una cosa: mimi mwenyewe significa «io stesso» e gari lenyewe «l'auto stessa». Entrambe le forme cambiano secondo la classe del nome a cui si riferiscono.
In swahili l'aggettivo non prende una desinenza speciale per il comparativo: kuliko introduce il secondo termine di paragone e significa «di/che, rispetto a». Zaidi aggiunge l'idea di «più», kama esprime somiglianza o uguaglianza e sawa na un'uguaglianza precisa. Per il superlativo si usa spesso kuliko wote («più di tutti») oppure una costruzione con zaidi; sana significa soltanto «molto».
Lo swahili non usa un unico modello per tutti i verbi modali. -weza, -paswa, -taka e -hitaji si coniugano e sono spesso seguiti da un infinito in ku-: Ninaweza kusoma («Posso leggere»). Lazima è invece invariabile e, quando indica chi deve agire, introduce normalmente una forma in -e: Lazima usome («Devi studiare»).
In swahili -ji- si inserisce subito prima della radice verbale per indicare che l'azione ricade sul soggetto: ana-ji-osha significa «si lava». A differenza dell'italiano mi, ti, si, ci, vi, si, la forma -ji- non cambia mai: è il prefisso del soggetto, all'inizio del verbo, a dire chi compie l'azione.
In swahili vizuri, vibaya, haraka e pole pole indicano come si svolge un'azione; sana, kidogo, kabisa e tu ne precisano l'intensità o il limite. In genere vengono dopo ciò che modificano: Anasema Kiswahili vizuri «Parla bene lo swahili», Nimechoka sana «Sono molto stanco/a», Ninaelewa kidogo tu «Capisco soltanto un po'».
Per chiedere dove si trova un luogo, in swahili si usa normalmente nome del luogo + forma in -ko + wapi?: Hospitali iko wapi? significa «Dov'è l'ospedale?». Per indicare il percorso sono fondamentali nenda «va'», moja kwa moja «dritto», kulia «a destra», kushoto «a sinistra» e le espressioni di posizione come mbele ya «davanti a» e karibu na «vicino a».
B1 (14)
Il prefisso hu- presenta un'azione come abituale, tipica o generalmente vera: Watoto hucheza significa «I bambini giocano di solito». A differenza di molti altri tempi swahili, hu- non è preceduto da un prefisso soggetto: la persona si ricava da un nome, da un pronome o dal contesto. Non equivale sempre all'italiano «si»: può riferirsi anche a «io», «tu», «loro» o a un soggetto espresso.
Per un ordine diretto rivolto a una persona, in genere si usa la radice verbale: soma! «leggi!». Per comandi più sfumati, proposte e desideri si usa il congiuntivo (una forma verbale che presenta l’azione come voluta o richiesta): prefisso del soggetto + radice + -e, come usome «leggi / dovresti leggere» e twende «andiamo». Il divieto si forma con -si-: usifanye «non farlo».
Nelle classi 5/6 il plurale è spesso riconoscibile da ma-; molti nomi di classe 11 iniziano invece con u- e, se hanno un plurale, possono passare alla classe 10. Un infinito in ku- usato come attività appartiene alla classe 15, mentre le concordanze pa-/ku-/mu- delle classi 16–18 presentano un luogo come punto, area generale o interno. In tutti i casi, è la classe — non la traduzione italiana — a decidere la concordanza della frase.
In swahili, la parola italiana che non ha un unico equivalente: il relativo concorda con la classe del nome a cui si riferisce. Si inserisce spesso nel verbo — mtu aliyekuja «la persona che è venuta», kitabu nilichosoma «il libro che ho letto» — oppure si forma con amba- più una terminazione concordata: ambaye, ambacho, ambayo.
In swahili -nge- presenta una situazione ipotetica attuale o futura (ningejua, «saprei/se sapessi»), mentre -ngali- colloca l'ipotesi non realizzata nel passato (ningalijua, «avrei saputo/se avessi saputo»). Nelle frasi con due proposizioni, lo stesso marcatore compare normalmente sia nella condizione sia nella conseguenza: Kama ningejua, ningekuambia («Se sapessi, te lo direi»). Kama significa «se», ma può essere omesso quando il rapporto logico è già chiaro.
In swahili il passivo si forma modificando la radice del verbo, di solito con -w- prima della vocale finale: soma → somwa («essere letto»), penda → pendwa («essere amato»). La persona o la cosa che subisce l'azione diventa il soggetto grammaticale: perciò è il suo prefisso di classe a comparire sul verbo. Chi compie l'azione può essere aggiunto con na, ma spesso non viene espresso.
In swahili l’estensione applicativa, chiamata kauli ya kutendea, modifica il verbo con -i-/-e- o -li-/-le- per aggiungere una persona o una circostanza coinvolta nell’azione: pika «cucinare» diventa pikia «cucinare per». La vocale dipende in genere dall’ultima vocale della radice: a, i, u → -i-; e, o → -e-.
In swahili, -ik- e -ek- si inseriscono nel verbo per presentare il soggetto come ciò che si trova in uno stato, subisce un cambiamento senza agente espresso oppure si presta a un’azione: vunja «rompere» → vunjika «rompersi, essere rotto»; soma «leggere» → someka «essere leggibile». La forma assomiglia spesso a un passivo italiano o a una costruzione con «si», ma non mette al centro chi compie l’azione.
Il congiuntivo swahili presenta un’azione come voluta, necessaria, proposta o finalizzata a uno scopo. Con molti verbi si forma senza marcatore di tempo, cambiando la -a finale in -e: a-na-som-a «legge» diventa a-som-e «che legga»; al negativo si inserisce -si-, come in a-si-som-e «che non legga». Lo si incontra spesso con lazima «è necessario», ili «affinché», dopo verbi di volontà e nelle richieste.
Per costruire «più... più...», lo swahili usa spesso kadri (o kadiri) ... ndivyo: Kadri unavyosoma, ndivyo unavyoelewa zaidi («Più leggi, più capisci»). Kiasi indica una quantità o un grado, mentre zaidi ya introduce una soglia superata: zaidi ya watu mia moja («più di cento persone»). Queste tre risorse non sono intercambiabili: ciascuna organizza il confronto in modo diverso.
Per collegare due azioni nel tempo, lo swahili usa soprattutto wakati “quando/mentre”, kabla ya “prima di”, baada ya “dopo”, tangu “da quando” e mpaka/hadi “fino a quando”. Dopo kabla ya e baada ya è molto comune l’infinito in ku-; con un verbo coniugato, invece, ricorre spesso il relativo temporale -po-: nilipofika “quando sono arrivato/a”.
Lo swahili combina una forma coniugata di kuwa («essere») con un secondo verbo, anch’esso dotato di soggetto e tempo o aspetto: alikuwa anasoma significa «stava leggendo», mentre atakuwa amefika significa «sarà arrivato/a». Kuwa stabilisce il momento da cui si osserva la situazione; il secondo verbo indica se l’azione è in corso, simultanea oppure già compiuta.
Per formulare una condizione reale o concretamente possibile, lo swahili usa kama o ikiwa («se») seguiti da un verbo nel tempo adatto: Kama utasoma, utafaulu («Se studierai/studi, supererai l'esame»). A differenza dell'italiano, nella frase introdotta da «se» lo swahili può usare normalmente il futuro in -ta-. Le condizioni immaginarie o contrarie ai fatti richiedono invece forme come -nge- e -ngali-.
In swahili l'infinito si forma normalmente con ku- + tema verbale: kusoma «leggere», kufanya «fare», kusafiri «viaggiare». Questa forma può completare un altro verbo, ma può anche comportarsi come un nome della classe 15: quando è il soggetto di un verbo, richiede l'accordo ku-, per esempio Kusoma kunasaidia «Leggere aiuta».
B2 (10)
L’estensione -an- indica che due o più partecipanti compiono un’azione l’uno verso l’altro: penda «amare» diventa pendana «amarsi» e ona «vedere» diventa onana «vedersi». Si inserisce nel tema del verbo, prima della vocale finale, e non cambia con la persona o con il tempo: wanapendana, walipendana, watapendana.
In swahili la causativa esprime l’idea di far fare, far diventare o fare in modo che accada qualcosa inserendo un’estensione nella radice verbale: pika «cucinare» → pikisha «far cucinare», lala «dormire» → lalisha «far dormire». Le forme produttive più comuni sono -ish- e -esh-; alcuni verbi hanno invece forme più brevi o consolidate, tra cui -z-, e conviene impararli come coppie.
In swahili un solo verbo può contenere più estensioni, cioè elementi aggiunti dopo la radice per modificare il numero dei partecipanti o il loro ruolo. Per esempio, penda «amare» diventa pendana «amarsi a vicenda», pendanisha «far sì che due o più persone si amino» e pendanishwa «essere fatti amare l'un l'altro». L'ordine non si improvvisa: bisogna riconoscere la forma convenzionale del verbo e leggere le estensioni dalla radice verso destra.
Per riferire le parole di qualcuno senza citarle alla lettera, lo swahili usa spesso kwamba o kuwa, entrambi equivalenti a «che»: Alisema kwamba atakuja («Ha detto che verrà»). Persona, tempo e parole come kesho («domani») si scelgono dal punto di vista di chi racconta. A differenza dell’italiano, però, non esiste una trasformazione automatica e obbligatoria di tutti i tempi dopo un verbo al passato.
In swahili, dopo che il tempo del racconto è stato stabilito, -ka- presenta le azioni successive con il senso di «e poi»: Aliamka, akala, akaondoka significa «Si svegliò, mangiò e poi uscì». Il primo verbo è spesso al passato in -li-; i verbi seguenti sostituiscono quel marcatore con -ka-, mantenendo ogni volta il prefisso del proprio soggetto.
La forma in -ki- presenta un'azione come circostanza, condizione o sfondo di un'altra: ukisoma può voler dire «se leggi» oppure «quando leggi». Si forma inserendo -ki- tra il prefisso del soggetto e il verbo: u-ki-soma. Kama significa «se» e può rendere esplicito il rapporto condizionale, ma spesso con -ki- non è necessario.
In swahili molti verbi indicano l’annullamento o il rovesciamento di un’azione inserendo -u- o, in alcune parole, -o- nel tema verbale: funga «chiudere, legare» diventa fungua «aprire, slegare», mentre jenga «costruire» diventa jengua «demolire». La coppia va imparata come unità di significato: l’estensione è produttiva, ma non si può aggiungere liberamente a qualsiasi verbo né scegliere sempre la vocale con una regola automatica.
Forme come shikana, kamatana, ungana e fungamana descrivono persone o cose che si tengono, restano incastrate, si uniscono o sono strettamente legate. La sequenza -an- contribuisce spesso a un significato reciproco, ma queste forme non si creano tutte con una sola regola produttiva: conviene imparare ogni verbo insieme al suo uso. L'aspetto verbale, soprattutto -na- e -me-, chiarisce poi se si parla di un'azione in corso o dello stato che ne risulta.
In swahili -po- può essere incorporato nel verbo per introdurre il momento in cui avviene un'altra azione: nilipofika significa «quando sono arrivato». La forma cambia con il tempo: ninapofika «quando arrivo», nilipofika «quando sono arrivato», nitakapofika «quando arriverò». In -lipo- non c'è un marcatore unico: -li- indica il passato e -po- introduce la relazione temporale.
In swahili espressioni italiane come si dice, si ritiene o è stato confermato si rendono spesso con un verbo alla terza persona della classe nominale 9: inasemekana, inaaminika, imethibitishwa. Nei passivi con un soggetto espresso, invece, il prefisso del verbo concorda con la classe di ciò che subisce l’azione: kazi imefanywa, «il lavoro è stato svolto»; maombi yamekubaliwa, «le domande sono state accolte».
C1 (9)
In swahili u- forma molti nomi di qualità o stato, come uzuri «bellezza» e ujinga «stupidità»; ma- compare in nomi collettivi, plurali e risultati come maisha «vita» e matokeo «risultati». Ki- può invece creare espressioni di modo o di ambito, per esempio kitoto «in modo infantile» e kisheria «dal punto di vista giuridico». Non basta però aggiungere un prefisso a qualunque parola: molte forme sono ormai parole autonome e vanno imparate insieme alla loro classe nominale.
In swahili il legame relativo non corrisponde a un unico «che» italiano: cambia secondo la classe nominale dell’antecedente, cioè del nome a cui la relativa si riferisce. Può comparire dentro il verbo (mtu asiyejua), nella serie autonoma amba- (kitabu ambacho hakikusomwa) oppure in forme di modo e luogo come anavyosema e ninapokaa. Nei periodi lunghi, la scelta decisiva è rendere chiaro quale nome riprende ciascun marcatore.
Lo swahili formale non consiste semplicemente nell'usare parole più lunghe: organizza le informazioni in modo esplicito, collega con precisione le idee e spesso mette in primo piano fatti, risultati e procedure anziché chi agisce. Sono tipici connettivi come kwa mujibu wa («secondo»), costruzioni passive come zinapaswa kuchukuliwa («dovrebbero essere adottate») e formule prudenti come inaonekana kuwa («sembra che»).
Un methali è un proverbio: una frase relativamente fissa che esprime un consiglio o una verità generale. Un nahau è invece un'espressione idiomatica inserita in una frase e spesso coniugata, come kupiga hatua «fare progressi». In entrambi i casi la traduzione letterale aiuta a vedere l'immagine, ma il senso reale dipende dall'uso condiviso e dal contesto.
Lo swahili può collocare un'azione rispetto a due momenti combinando una forma coniugata di kuwa («essere») e un secondo verbo anch'esso coniugato. In atakuwa amesoma, per esempio, atakuwa fissa un punto nel futuro e amesoma presenta la lettura come già conclusa rispetto a quel punto: «avrà letto».
Nella poesia swahili classica la forma non dipende soltanto dal contenuto: contano il numero di versi per strofa, le sillabe di ogni verso e la disposizione delle rime. L’utenzi tradizionale usa normalmente quartine di versi brevi da otto sillabe; la shairi classica usa spesso quartine di versi da sedici sillabe, divisi in due metà da otto. Il wimbo, invece, è una canzone e può seguire schemi più vari, legati anche alla melodia e alla ripetizione.
Il swahili giornalistico concentra molte informazioni in poco spazio: nei titoli può omettere elementi prevedibili, mentre nel testo usa spesso il passivo e formule come kwa mujibu wa... («secondo...»). Per leggere una notizia con precisione bisogna distinguere il fatto riferito, la fonte che lo afferma e il grado di certezza scelto dal giornalista.
Lo swahili religioso unisce un lessico ampiamente condiviso — Mungu «Dio», imani «fede», dhambi «peccato», baraka «benedizione» — a parole e formule più legate all'islam o al cristianesimo. Per padroneggiarlo occorre scegliere il termine adatto alla comunità e al tipo di discorso, ma anche controllare la concordanza e forme verbali come atubariki «che ci benedica» e ziwe nawe «siano con te».
In swahili, connettivi come hata hivyo “tuttavia”, zaidi ya hayo “inoltre” e kwa mfano “per esempio” indicano al lettore il rapporto logico tra un'idea e la successiva. Non modificano la grammatica interna della frase: servono soprattutto a organizzare argomentazioni, paragrafi e interventi orali, scegliendo con precisione tra contrasto, aggiunta, esempio, sintesi e generalizzazione.
C2 (6)
Il kiswahili letterario e classico non è semplicemente kiswahili moderno con parole più eleganti: nei testi poetici la scelta delle forme dipende anche da numero di sillabe, rima, tradizione costiera e registro. Per leggere un utenzi o una shairi conviene quindi separare tre livelli: struttura metrica, analisi grammaticale e interpretazione figurata. Le forme insolite non vanno imitate alla cieca nel parlato contemporaneo.
Lo swahili standard, o Kiswahili sanifu, offre una norma comune basata storicamente soprattutto sul Kiunguja di Zanzibar, ma non esaurisce lo swahili realmente parlato. Kimvita, Kiamu, Kingwana e gli usi associati a Kenya e Tanzania possono differire nel lessico, nella pronuncia, nelle classi nominali e nelle formule sociali. A livello C2 conta soprattutto saper riconoscere la provenienza e il registro di una forma, senza dichiararla automaticamente «sbagliata» né imitarla fuori contesto.
Lo swahili burocratico e giuridico concentra molte informazioni in formule come kwa mujibu wa “ai sensi di”, ricorre spesso al passivo e collega norme, condizioni ed eccezioni in periodi complessi. Per capirlo bene occorre individuare chi impone l’obbligo, a chi si applica, quale atto è richiamato e in quali circostanze la regola vale o non vale.
Lo Sheng è un repertorio urbano nato a Nairobi che combina soprattutto swahili e inglese, con apporti di altre lingue del Kenya; non è semplicemente «swahili scorretto» né un codice unico e stabile. Espressioni come Niaje, manze? segnalano familiarità, età, ambiente e spesso provenienza, mentre Mambo vipi? appartiene a un colloquiale più ampio. Per usarle bene conta meno tradurre ogni parola e più capire chi parla con chi, dove e con quale intenzione.
Il lessico marittimo swahili non è soltanto un elenco di nomi: parole come jahazi, dau, bandari, kaskazi e kusi richiamano navigazione, commercio e vita sociale dell’Oceano Indiano. Per usarle bene occorre anche rispettare le classi nominali, cioè i gruppi di nomi che determinano la forma di aggettivi, verbi e collegamenti come la, ya e wa.
Il lessico tecnologico swahili combina parole create con risorse interne alla lingua, espressioni descrittive e prestiti: tovuti «sito web», mtandao «rete, Internet», programu «programma, applicazione» e simu ya mkononi «telefono cellulare». La difficoltà più importante non è solo ricordare il termine: occorre sapere a quale classe nominale appartiene, così da scegliere concordanze come mtandao huu ume… ma tovuti hii ime…, e adattare il registro alla situazione.