B2

Il discorso indiretto in yoruba

Ọ̀rọ̀ Àròyé

Questo articolo fa parte dell'albero grammaticale di yoruba su Settemila Lingue.

In breve

Per riferire un'affermazione, il yoruba introduce normalmente la proposizione riferita con : Ó sọ pé ó máa wá, «Ha detto che sarebbe venuto/a». Per riferire un ordine o una richiesta si usa invece davanti al soggetto dell'azione richiesta: Olùkọ́ sọ fún wa kí a kà ìwé, «L'insegnante ci ha detto di leggere». A differenza dell'italiano, non si applica una trasformazione automatica dei tempi verbali.

Panoramica

Il discorso indiretto permette di riportare parole, pensieri, informazioni e istruzioni senza ripetere necessariamente la frase originale parola per parola. In yoruba questo meccanismo è chiamato Ọ̀rọ̀ Àròyé. Al livello B2 è importante saper distinguere almeno tre situazioni: un contenuto dichiarato introdotto da , un'azione richiesta introdotta da e una domanda indiretta, spesso costruita con bóyá «se» oppure con un'espressione interrogativa.

La differenza più evidente per chi parla italiano riguarda la concordanza dei tempi, cioè l'adattamento del tempo della frase dipendente al tempo del verbo principale. In italiano diciamo spesso «Dice che verrà» ma «Ha detto che sarebbe venuto». Il yoruba non possiede una regola equivalente di arretramento obbligatorio: gli indicatori di aspetto e modalità della frase originale possono restare invariati se il loro valore è ancora quello voluto dal parlante.

Occorre inoltre fare attenzione ai pronomi. L'italiano può lasciare sottinteso il soggetto; il yoruba, nelle strutture qui esaminate, normalmente lo esprime anche nella proposizione dipendente. Così in Ó sọ pé ó máa wá compaiono due ó: il primo è il soggetto di «dire», il secondo quello di «venire». Il contesto chiarisce se indicano la stessa persona.

Come funziona

Affermazioni e informazioni con

introduce una proposizione dipendente, cioè una frase che completa il significato del verbo principale. In questo uso corrisponde spesso all'italiano che.

Struttura Funzione Esempio
soggetto + sọ pé + proposizione dire che… Ó sọ pé òjò ń rọ̀.
soggetto + sọ fún + destinatario + + proposizione dire/comunicare a qualcuno che… Ó sọ fún mi pé òjò ń rọ̀.
soggetto + gbọ́ pé + proposizione sentire che…, venire a sapere che… Mo gbọ́ pé wọ́n ti lọ.
soggetto + mọ̀ pé + proposizione sapere che… A mọ̀ pé ó ṣòro.
soggetto + rò pé + proposizione pensare che… Mo rò pé ó máa dé.

La particella fún introduce il destinatario, cioè la persona a cui viene comunicato qualcosa. Il contrasto è quindi netto:

  • Adé sọ pé Bọ́lá ń bọ̀. — Adé ha detto che Bọ́lá sta arrivando.
  • Adé sọ fún mi pé Bọ́lá ń bọ̀. — Adé mi ha detto che Bọ́lá sta arrivando.

Non bisogna inserire fún quando non c'è un destinatario espresso. Allo stesso modo, se il destinatario è presente, la sequenza usuale è sọ fún + persona + pé.

Ordini, richieste e consigli con

Quando si riferisce ciò che qualcuno vuole che un'altra persona faccia, si usa . Qui introduce una proposizione dal valore volitivo, cioè presenta un'azione desiderata, richiesta o comandata.

Schema: soggetto + sọ fún + destinatario + + soggetto dell'azione + verbo

Olùkọ́ sọ fún wa kí a kà ìwé.

La frase contiene due gruppi distinti:

  • Olùkọ́ sọ fún wa — «L'insegnante ha detto a noi»;
  • kí a kà ìwé — «che noi leggessimo / di leggere il libro».

In italiano l'infinito consente spesso di non ripetere il soggetto: «L'insegnante ci ha detto di leggere». In yoruba, invece, dopo compare normalmente il soggetto della nuova azione: a «noi», o «tu», ó «lui/lei», wọ́n «loro».

Per un ordine negativo è molto comune kí + soggetto + má ṣe + verbo:

Olùkọ́ sọ fún wa kí a má ṣe pariwo. — «L'insegnante ci ha detto di non fare rumore.»

Má ṣe nega l'azione richiesta; non va confuso con , la negazione ordinaria di molte affermazioni.

Nessun arretramento automatico del tempo

Il yoruba organizza il verbo soprattutto attraverso particelle di aspetto e modalità, cioè elementi che indicano se l'azione è in corso, già compiuta, futura o prevista. Nel passaggio al discorso indiretto queste particelle non cambiano soltanto perché il verbo «dire» si riferisce al passato.

Valore Forma nella frase riferita Esempio
azione in corso ń Ó sọ pé Bọ́lá ń ṣiṣẹ́.
azione già compiuta ti Ó sọ pé Bọ́lá ti lọ.
previsione o futuro máa Ó sọ pé Bọ́lá máa wá.
negazione Ó sọ pé Bọ́lá kò sí.

La traduzione italiana deve scegliere il tempo più naturale in base al contesto: máa wá può diventare «verrà» oppure «sarebbe venuto/a». Non si deve però dedurre da questa scelta italiana che máa si sia trasformato in un «condizionale yoruba».

Pronomi e riferimento

Il pronome ó non distingue il genere: può significare «lui» oppure «lei». Inoltre, in una frase come Ó sọ pé ó máa wá, il secondo ó può riferirsi alla persona che ha parlato oppure a un'altra persona già nota. La situazione e le frasi precedenti risolvono spesso l'ambiguità.

Quando serve mettere in rilievo o rendere più chiaro il riferimento alla persona già menzionata, può comparire òun, pronome indipendente di terza persona:

Adé sọ pé òun ti parí iṣẹ́ náà. — «Adé ha detto che lui stesso aveva finito quel lavoro.»

Òun è particolarmente utile nel racconto riferito, ma non rende ogni frase automaticamente priva di ambiguità. È meglio nominare di nuovo la persona quando il contesto contiene più possibili referenti.

Domande indirette

Per una domanda a cui si risponde sì o no, bóyá introduce spesso il significato di «se»:

Kọ́lá béèrè bóyá mo ti jẹun. — «Kọ́lá ha chiesto se avevo mangiato.»

Con domande su una persona, una cosa o un luogo, si mantiene l'elemento interrogativo adatto all'interno della struttura dipendente:

Ó béèrè ohun tí mo fẹ́. — «Ha chiesto che cosa volessi.»

Il verbo béèrè significa «chiedere, domandare». Una domanda indiretta non è necessariamente una domanda rivolta al lettore: l'intera frase può essere un'affermazione, perciò non richiede automaticamente il punto interrogativo.

Esempi nel contesto

Yoruba Italiano Nota
Ó sọ pé ó máa wá. Ha detto che sarebbe venuto/a. introduce ciò che è stato detto.
Wọ́n sọ fún mi pé kò sí. Mi hanno detto che lui/lei non c'è. fún mi esprime il destinatario.
Mo gbọ́ pé wọ́n ti lọ. Ho sentito che sono già partiti. ti presenta l'azione come compiuta.
A mọ̀ pé iṣẹ́ náà ṣòro. Sappiamo che quel lavoro è difficile. completa il verbo «sapere».
Mo rò pé òjò máa rọ̀ lọ́la. Penso che domani pioverà. Il riferimento futuro è conservato con máa.
Adé sọ pé Bọ́lá ń ṣiṣẹ́. Adé ha detto che Bọ́lá stava lavorando. ń indica un'azione in corso.
Adé sọ pé òun ti parí iṣẹ́ náà. Adé ha detto che lui stesso aveva finito quel lavoro. òun richiama con enfasi Adé.
Olùkọ́ sọ fún wa kí a kà ìwé. L'insegnante ci ha detto di leggere il libro. Dopo compare il soggetto a, «noi».
Màmá sọ fún mi kí n ra búrẹ́dì. La mamma mi ha detto di comprare il pane. n è la forma del pronome «io» in questo contesto.
Olùkọ́ sọ fún wa kí a má ṣe pariwo. L'insegnante ci ha detto di non fare rumore. Ordine negativo con má ṣe.
Kọ́lá béèrè bóyá mo ti jẹun. Kọ́lá ha chiesto se avevo mangiato. Domanda indiretta con risposta sì/no.
Ó béèrè ohun tí mo fẹ́. Ha chiesto che cosa volessi. Domanda indiretta su una cosa.

Errori comuni

Usare al posto di per un ordine

  • Da evitare: Olùkọ́ sọ fún wa pé a kà ìwé.
  • Forma adatta all'ordine: Olùkọ́ sọ fún wa kí a kà ìwé.
  • Perché: presenta normalmente un contenuto dichiarato come un fatto; presenta l'azione richiesta. Se l'insegnante comunica il fatto che abbiamo letto, il significato e la struttura sono diversi.

Omettere il soggetto dopo

  • Da evitare: Màmá sọ fún mi kí ra búrẹ́dì.
  • Corretto: Màmá sọ fún mi kí n ra búrẹ́dì.
  • Perché: l'italiano dice «mi ha detto di comprare» con l'infinito, ma il yoruba costruisce una vera proposizione con un proprio soggetto: qui n, «io».

Calcare la concordanza dei tempi italiana

  • Da evitare: cercare una forma speciale di condizionale solo perché in italiano si traduce «sarebbe venuto».
  • Corretto: Ó sọ pé ó máa wá.
  • Perché: máa mantiene il valore prospettivo o futuro pertinente al racconto. La forma italiana dipende dal rapporto temporale, non da una trasformazione obbligatoria in yoruba.

Dimenticare fún davanti al destinatario

  • Da evitare: Ó sọ mi pé kò sí.
  • Corretto: Ó sọ fún mi pé kò sí.
  • Perché: con sọ, la persona a cui si parla viene introdotta da fún: letteralmente la comunicazione è rivolta «a/per me».

Negare un ordine con la negazione dichiarativa

  • Da evitare: Olùkọ́ sọ fún wa kí a kò pariwo.
  • Corretto: Olùkọ́ sọ fún wa kí a má ṣe pariwo.
  • Perché: per riportare il comando «non fate rumore» si usa normalmente la negazione volitiva má ṣe, non .

Lasciare pronomi troppo ambigui

  • Poco chiaro senza contesto: Adé sọ fún Kọ́lá pé ó máa wá.
  • Più chiaro: Adé sọ fún Kọ́lá pé Adé máa wá. / Adé sọ fún Kọ́lá pé òun máa wá.
  • Perché: ó può riferirsi ad Adé, a Kọ́lá o a un'altra persona già menzionata. Ripetere il nome è spesso la soluzione più trasparente; òun può richiamare con enfasi il referente centrale del discorso.

Note d'uso

Nel parlato, può introdurre sia una formulazione riportata liberamente sia parole presentate come citazione. Non bisogna quindi pensare che la presenza di renda da sola il discorso «indiretto» nel senso rigido della grammatica italiana. Sono i pronomi, i riferimenti temporali, l'intonazione e, nello scritto, la punteggiatura a mostrare quanto fedelmente vengono riprodotte le parole originali.

La grafia tonale è importante. «che» porta tono alto e non va confuso con forme scritte senza segni in messaggi informali. Anche , máa, òun, ó e hanno segni che aiutano a riconoscere funzione e pronuncia. Nella scrittura sorvegliata conviene conservarli, soprattutto perché una variazione di tono può distinguere parole o funzioni grammaticali.

Con sọ fún si mette in primo piano il destinatario; con verbi come gbọ́, mọ̀ e si riferisce invece la fonte o lo stato mentale di chi parla. Scegliere il verbo preciso rende il racconto più naturale che ripetere sempre sọ pé.

Oltre le basi: usi avanzati

Citazione diretta e riformulazione

Confronta questi due modi di presentare le parole di Adé:

  • Adé sọ pé, “Mo máa wá lọ́la.” — Adé ha detto: «Verrò domani».
  • Adé sọ pé òun máa wá lọ́jọ́ kejì. — Adé ha detto che sarebbe venuto il giorno seguente.

Nella citazione restano il pronome mo «io» e il riferimento lọ́la «domani», visti dalla prospettiva di Adé. Nella riformulazione il narratore può adattare il pronome e l'espressione temporale alla propria prospettiva. Questo adattamento è una scelta di riferimento e chiarezza, non una concordanza meccanica dei tempi.

Proposizioni riferite dentro frasi più complesse

A livelli più avanzati, una frase con può trovarsi dentro una relativa, cioè una parte che specifica un nome:

Ọkùnrin tí mo rí tí ó sọ pé ó fẹ́ lọ ni bàbá rẹ̀. — «L'uomo che ho visto e che ha detto di voler andare è tuo padre.»

Qui mantiene la stessa funzione di base, ma il lettore deve seguire più soggetti e più proposizioni. Per comprendere bene strutture simili, conviene individuare prima il verbo di comunicazione e poi chiedersi chi è il soggetto di ogni verbo successivo.

La responsabilità delle parole

Dire Ó sọ pé… segnala che l'informazione viene attribuita a un'altra persona. In un racconto, in una notizia o in un discorso formale, questa scelta può separare ciò che il narratore afferma direttamente da ciò che riferisce. Verbi diversi precisano anche il grado di certezza: Mo mọ̀ pé… presenta conoscenza, mentre Mo rò pé… presenta un'opinione.

Suggerimenti per esercitarsi

  1. Trasforma tre tipi di frase. Parti ogni giorno da un'affermazione, un ordine e una domanda: costruisci rispettivamente una frase con , una con e una con bóyá.
  2. Segna tutti i soggetti. In una frase lunga, sottolinea chi parla, chi riceve il messaggio e chi compie l'azione riferita. Questo esercizio evita sia le omissioni dopo sia l'ambiguità di ó.
  3. Confronta senza tradurre parola per parola. Ascolta una breve intervista in yoruba e annota le sequenze con sọ pé, gbọ́ pé o rò pé. Poi rendile in italiano naturale, osservando che il tempo italiano può cambiare mentre le particelle yoruba restano coerenti con il loro significato.

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