B1

Le proposizioni relative con *tí* in yoruba

Gbólóhùn Ọ̀rọ̀ Àpèjúwe (Tí)

Questo articolo fa parte dell'albero grammaticale di yoruba su Settemila Lingue.

In breve

In yoruba, il nome descritto viene prima di , seguito dalla proposizione che lo precisa: ọkùnrin tí mo rí significa «l’uomo che ho visto». vale, secondo il contesto, come l’italiano che, cui o una forma con il quale; non cambia per genere o numero. Nel parlato può essere contratto, soprattutto in da tí ó, e in contesti colloquiali può anche non essere espresso.

Panoramica

Una proposizione relativa è una piccola frase che serve a identificare o descrivere un nome: in «il libro che hai letto», che hai letto specifica quale libro intendiamo. Il nome specificato, qui il libro, si chiama antecedente (cioè il nome a cui la relativa si riferisce). In yoruba l’antecedente precede normalmente la relativa, proprio come accade spesso in italiano.

La parola centrale è . Non è un pronome variabile come il quale, la quale, i quali, le quali: mantiene sempre la stessa forma. Dopo compare una proposizione con il normale ordine yoruba. Se l’antecedente rappresenta l’oggetto dell’azione, quell’oggetto non viene ripetuto dentro la relativa: ìwé tí mo kà è letteralmente «libro — tí — io lessi», quindi «il libro che ho letto».

Questo argomento viene introdotto al livello B1 perché richiede di combinare frasi già note e di seguire con attenzione chi compie l’azione e chi la subisce. È però molto frequente anche nella comunicazione quotidiana: serve per parlare di persone, luoghi, cose, momenti ed esperienze senza costruire tante frasi separate.

Come funziona

Lo schema essenziale

Lo schema più utile da memorizzare è:

antecedente + tí + proposizione relativa

Yoruba Italiano Nota
ọkùnrin + tí + mo rí l’uomo + che + ho visto ọkùnrin è l’antecedente; mo è il soggetto della relativa
ìwé + tí + o kà il libro + che + hai letto il libro è l’oggetto di «leggere»
obìnrin + tí + ń kọrin la donna + che + sta cantando la donna compie l’azione della relativa

In yoruba non esistono articoli equivalenti in modo diretto a il, lo, la, un, una. Perciò il valore determinato di una forma come ọkùnrin dipende dal contesto. La relativa aiuta spesso a rendere il riferimento preciso: non un uomo qualsiasi, ma «l’uomo che ho visto».

Quando l’antecedente è l’oggetto

Consideriamo Ọkùnrin tí mo rí lánàá ti lọ. «L’uomo che ho visto ieri se n’è andato». Nella relativa mo rí lánàá, mo «io» è il soggetto (chi vede), mentre l’uomo è l’oggetto diretto (chi viene visto). Il posto dell’oggetto resta vuoto dopo il verbo: non si ripete ọkùnrin.

Lo stesso meccanismo appare in Ìwé tí o kà dára. «Il libro che hai letto è bello». La sequenza si può analizzare così:

  • Ìwé: l’antecedente, «libro»;
  • : introduce la relativa;
  • o: «tu», soggetto di ;
  • : «leggere»;
  • dára: appartiene alla frase principale e dice che il libro è bello o buono.

L’italiano usa che sia per il soggetto sia per l’oggetto diretto; anche può introdurre entrambi i tipi. La differenza si capisce dalla struttura della proposizione, non dalla forma di .

Quando l’antecedente è il soggetto

Se il nome descritto compie l’azione della relativa, si ha una relativa sul soggetto. Si possono incontrare strutture come ọmọ tí ó ń ṣeré «il bambino che sta giocando» e, in una forma più compatta, obìnrin tí ń kọrin «la donna che sta cantando». Il pronome di terza persona ó può dunque comparire dopo ; nel parlato la sequenza tí ó viene spesso contratta in .

Yoruba Italiano Nota
ọmọ tí ó ń ṣeré il bambino che sta giocando forma piena con tí ó
ọmọ tó ń ṣeré il bambino che sta giocando contrazione comune di tí ó
obìnrin tí ń kọrin la donna che sta cantando struttura compatta senza pronome espresso

Per chi studia è prudente imparare prima la forma trasparente con . Le forme ridotte diventano più facili da riconoscere quando la struttura completa è già chiara.

La relativa finisce prima della frase principale

Una difficoltà pratica consiste nel capire dove termina la relativa. In Ọkùnrin tí mo rí lánàá ti lọ, il gruppo tí mo rí lánàá descrive ọkùnrin; solo dopo comincia il predicato principale ti lọ «se n’è andato». Il primo è il marcatore relativo con tono alto; ti in ti lọ è invece un marcatore aspettuale e si scrive senza accento acuto. I segni di tono non sono decorativi: distinguono forme e letture.

Un metodo semplice consiste nell’individuare prima il nome iniziale, poi il blocco introdotto da , infine ciò che la frase principale afferma su quel nome:

[Ọkùnrin [tí mo rí lánàá]] [ti lọ].

«[L’uomo [che ho visto ieri]] [se n’è andato].»

Persone, cose, luoghi e momenti

non distingue grammaticalmente tra persone e cose. L’italiano può scegliere tra che, cui, il quale, dove; il yoruba conserva spesso e lascia che siano l’antecedente e il resto della proposizione a chiarire il rapporto.

Yoruba Italiano Nota
ẹni tí mo mọ̀ la persona che conosco ẹni indica una persona
ohun tí mo fẹ́ ciò che voglio ohun significa «cosa»
ibi tí mo ti wá il luogo da cui vengo ibi indica un luogo
ọjọ́ tí a pàdé il giorno in cui ci siamo incontrati ọjọ́ indica un momento

Non conviene quindi tradurre parola per parola l’italiano dove con una parola separata e poi aggiungere . Si costruisce invece la relazione secondo il yoruba, spesso partendo da ibi tí... «il luogo che/in cui...».

Esempi nel contesto

Gli esempi seguenti mostrano relative riferite a persone, oggetti, luoghi e idee. La colonna finale aiuta a riconoscere la funzione dell’antecedente.

Yoruba Italiano Nota
Ọkùnrin tí mo rí lánàá ti lọ. L’uomo che ho visto ieri se n’è andato. l’antecedente è oggetto di «vedere»
Ìwé tí o kà dára. Il libro che hai letto è bello. oggetto della relativa
Obìnrin tí ń kọrin ni olùkọ́ wa. La donna che sta cantando è la nostra insegnante. soggetto della relativa
Ibi tí mo ti wá ni ilé mi. Il luogo da cui vengo è casa mia. relazione di luogo e provenienza
Ọmọ tí ó ń ṣeré níta ni ọmọ mi. Il bambino che sta giocando fuori è mio figlio. forma piena tí ó
Ọmọ tó ń ṣeré níta ni ọmọ mi. Il bambino che sta giocando fuori è mio figlio. forma contratta
Ilé tí wọ́n kọ tóbi. La casa che hanno costruito è grande. wọ́n è il soggetto della relativa
Oúnjẹ tí Adé ṣe dùn. Il cibo che Adé ha preparato è saporito. antecedente inanimato
Ọ̀rẹ́ tí mo pè ti dé. L’amico che ho chiamato è arrivato. la principale comincia da ti dé
Ọjọ́ tí a pàdé dùn mọ́ mi. Il giorno in cui ci siamo incontrati mi è caro. antecedente temporale
Ẹni tí ó ṣiṣẹ́ takuntakun yóò ṣàṣeyọrí. Chi lavora con impegno avrà successo. ẹni tí... indica «la persona che...»
Ohun tí mo fẹ́ ni omi. Ciò che voglio è dell’acqua. ohun tí... significa «la cosa che...»

Errori comuni

Ripetere l’oggetto dentro la relativa

  • Errato: Ìwé tí mo kà ìwé dára.
  • Corretto: Ìwé tí mo kà dára.
  • Perché: ìwé è già l’antecedente e occupa idealmente il posto dell’oggetto di . Ripeterlo produce una duplicazione non necessaria.

Mettere prima dell’antecedente

  • Errato: Tí mo rí ọkùnrin ti lọ.
  • Corretto: Ọkùnrin tí mo rí ti lọ.
  • Perché: il nome descritto viene prima; tí mo rí lo segue e lo specifica. L’abitudine italiana non crea normalmente questo errore, ma può comparire quando si tenta di costruire la frase mentre si parla senza aver scelto prima l’antecedente.

Confondere e ti

  • Errato: Ọkùnrin ti mo rí lánàá tí lọ.
  • Corretto: Ọkùnrin tí mo rí lánàá ti lọ.
  • Perché: , con tono alto, introduce qui la relativa; ti in ti lọ ha un’altra funzione. Scrivere i toni aiuta anche a segmentare correttamente la frase.

Interpretare sempre o come «lui/lei»

  • Errato: tradurre Ìwé tí o kà come «il libro che lui ha letto».
  • Corretto: «Il libro che tu hai letto».
  • Perché: o senza tono alto è il pronome soggetto di seconda persona singolare «tu»; ó con tono alto è la terza persona singolare. In yoruba il tono può cambiare l’identità grammaticale della parola.

Trattare come una parola senza rapporto con

  • Errato: imparare ọmọ tó ń ṣeré come una costruzione del tutto diversa.
  • Corretto: collegare alla sequenza tí ó.
  • Perché: riconoscere la contrazione permette di passare senza difficoltà dalla forma piena alla lingua parlata.

Tradurre automaticamente sempre con che

  • Errato: rendere ibi tí mo ti wá con «il luogo che vengo».
  • Corretto: «il luogo da cui vengo».
  • Perché: non codifica da solo tutte le distinzioni italiane. La traduzione naturale dipende dalla relazione espressa dall’intera frase.

Note d’uso

Nello yoruba curato e nella scrittura, la forma esplicita con rende immediatamente riconoscibile il confine della relativa. Nel parlato informale sono frequenti forme più brevi. La contrazione per tí ó è particolarmente importante: non va considerata un errore, ma una normale forma fonologica, cioè il risultato dell’unione dei suoni di parole vicine.

Il contesto fornito dal nome e dal verbo può permettere anche l’omissione di nella conversazione spontanea. Per un apprendente, tuttavia, ometterlo troppo presto può rendere la frase ambigua o semplicemente difficile da seguire. In produzione è quindi utile mantenere finché l’ordine delle parole non è diventato naturale; nell’ascolto, invece, bisogna allenarsi fin da subito a riconoscere sia sia e le strutture più ridotte.

A differenza di il quale e delle sue forme italiane, non concorda con l’antecedente: non cambia se il referente è una donna, più persone o più oggetti. Questa semplicità formale non elimina però la necessità di controllare i pronomi della relativa. La differenza tra o «tu» e ó «lui/lei», per esempio, resta essenziale.

La grafia yoruba standard segna le vocali sottopuntate, come ed , e i toni quando richiesti dall’ortografia. Nei messaggi informali questi segni possono essere omessi, ma nello studio conviene conservarli: , ti, o e ó mostrano bene quante informazioni si perdono eliminandoli.

Oltre le basi: usi avanzati

Relative senza un nome espresso

Le sequenze ẹni tí... e ohun tí... permettono di parlare rispettivamente di una persona o di una cosa senza nominare un antecedente più specifico. In italiano corrispondono spesso a chi..., colui/colei che... e ciò che...:

  • Ẹni tí ó ṣiṣẹ́ takuntakun yóò ṣàṣeyọrí. — «Chi lavora con impegno avrà successo.»
  • Ohun tí mo fẹ́ ni omi. — «Ciò che voglio è dell’acqua.»

Queste forme sono molto produttive. Non bisogna però pensare che significhi da solo «chi» o «ciò che»: sono i nomi generici ẹni «persona» e ohun «cosa» a fornire quel significato.

Più relative riferite allo stesso nome

Nei testi più complessi, un nome può essere seguito da più descrizioni. Per esempio:

Ọkùnrin tí mo rí tí ó sọ pé ó fẹ́ lọ ni bàbá rẹ̀.

«L’uomo che ho visto e che ha detto di voler andare via è tuo padre.»

Qui il primo gruppo tí mo rí identifica l’uomo come oggetto di «vedere»; il secondo tí ó sọ... aggiunge un’informazione in cui lo stesso uomo è il soggetto di «dire». Prima di produrre frasi di questo tipo, conviene saper separare con sicurezza relativa e principale nelle frasi più brevi.

Relative e costruzioni focali

Una relativa descrive un nome: ìwé tí mo kà «il libro che ho letto». Una costruzione focale, invece, mette in rilievo un elemento: Ìwé ni mo ra «È un libro che ho comprato». In italiano entrambe possono contenere che, ma in yoruba le strutture e gli scopi sono diversi. La particella ni non sostituisce automaticamente : segnala tipicamente il fuoco o collega un elemento messo in evidenza al resto della frase.

Questo contrasto diventa importante ai livelli successivi, perché relative, focalizzazione e frasi scisse possono apparire insieme. La domanda utile è sempre: «Sto descrivendo quale persona o cosa intendo, oppure sto mettendo un elemento in contrasto con gli altri?»

Relazioni che l’italiano esprime con una preposizione

L’italiano distingue la persona con cui, il luogo da cui, il giorno in cui. Il yoruba non sceglie una forma diversa di per ciascun caso. L’informazione di compagnia, provenienza, luogo o tempo emerge dal nome introduttivo e dagli altri elementi della proposizione. Per questo la traduzione italiana va costruita sul senso dell’intera relativa, non sostituendo con una sola parola fissa.

Consigli per esercitarsi

  1. Unisci due frasi alla volta. Parti da una frase con un nome e una con un pronome od oggetto corrispondente. Da «Ho letto il libro. Il libro è bello» costruisci Ìwé tí mo kà dára. Poi controlla di non aver ripetuto l’oggetto.
  2. Segna tre blocchi con parentesi. In una frase lunga individua antecedente, relativa e principale: [Ọ̀rẹ́ [tí mo pè]] [ti dé]. Questo esercizio riduce la confusione tra relativo e ti aspettuale.
  3. Allena l’orecchio sulle varianti. Ripeti in coppia ọmọ tí ó ń ṣeré e ọmọ tó ń ṣeré. Quando ascolti dialoghi, annota se senti la forma piena, la contrazione o una struttura colloquiale senza ; in scrittura, continua a usare i segni di tono.

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